Federica Caggia

 

 

Mi chiamo Federica Caggìa, sono nata il 21 ottobre 1998 e mi sto formando all’Università di Friburgo in Lavoro sociale e politiche sociali. Dopo essermi interessata a lungo di politica in modo privato, ho deciso di entrare nella Gioventù Socialista, dove da qualche mese faccio parte del Comitato. Essere in questo partito significa, per me, impegnarsi concretamente nella difesa e nella diffusione di principi anticapitalisti sui quali si potrebbe costruire un sistema socio-economico più equo e solidale, dove le risorse sono utilizzate responsabilmente e nel quale tutte e tutti hanno accesso a servizi di qualità.

Anche se non è possibile cambiare strutturalmente il modo in cui viviamo in Svizzera, che è lo stesso di tutto l’Occidente, ritengo necessario agire sugli aspetti più importanti della società, come la parità (tra i sessi e i generi, tra persone valide e invalide, tra cittadini svizzeri e stranieri eccetera), l’educazione, il mercato del lavoro, la sanità. Si potrebbe continuare a lungo, ma voglio attardarmi sul sistema fiscale attuale, perché considero che le sue conseguenze siano particolarmente invasive e dannose su diversi aspetti della vita quotidiana.

La politica fiscale che la Svizzera e i Cantoni hanno adottato protegge il capitale: le aliquote sono poco progressive, la redistribuzione equa della ricchezza non è una priorità ed è socialmente accettato che i più poveri siano quelli che subiscono un carico fiscale più invasivo. La visione che giustifica queste scelte pone le grandi imprese – le quali spesso canalizzano più potere economico e politico di alcuni Stati-Nazione – ai vertici della società e le descrive come una risorsa insostituibile e infallibile per il benessere collettivo. In realtà queste imprese non investono allo scopo di migliorare le condizioni economiche del territorio, né di creare posti di lavoro, il loro unico interesse è lucrare. I sistemi fiscali come il nostro assecondano la concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi privilegiati e partecipano allo smantellamento dei servizi sociali e sanitari. Il benessere collettivo va cercato nella direzione opposta: nel controllo delle grandi imprese, nella regolamentazione dell’economia e nello smantellamento della concorrenza fiscale, che tiene i Paesi in ostaggio dei capricci delle transnazionali.

Bisogna ripensare completamente il ruolo del fisco nella società, che oggi è meramente utilizzato come un mezzo per rendere il proprio Stato più attrattivo verso quelle imprese che sono in grado di muoversi velocemente da un territorio all’altro. Il fisco deve essere uno strumento di solidarietà, che agisce sulle disuguaglianze strutturali tra le classi sociali e che attacca i privilegi borghesi legati alla ricchezza materiale.

Bisogna ripensare completamente a un sistema che non sia al servizio dell’economia liberista e speculativa. Anche se il crollo del muro di Berlino sembra aver segnato la vittoria del capitalismo sul comunismo, il cambiamento climatico e il peggioramento progressivo delle condizioni di lavoro della classe medio-bassa sono dei segnali forti: la crescita economica misurata attraverso il PIL è un miraggio che non migliora affatto le condizioni di vita e la libertà economica le sta progressivamente deteriorando. Se continuiamo su questa via, le persone che muoiono tutti i giorni a causa dei cambiamenti climatici aumenteranno, gli sfollati saranno realmente ingestibili e il benessere di cui da 70 anni gode l’Occidente (a scapito del resto del mondo) sarà un ricordo.