Ora di imparare

Nella disgrazia della pandemia, un sentimento comune è “speriamo che da questo impareremo qualcosa”. Non è tuttavia chiaro cosa dovremmo imparare. Dovremmo imparare a riformare lievemente il nostro sistema, o dovremmo capire che la strada neoliberista semplicemente non è in grado di fronteggiare emergenze simili?

Il mio collega Andrea Farioli ha parlato estensivamente delle falle logiche nel sistema neoliberista in un pezzo molto approfondito: ve lo linko qui, giusto per non aggiungere altre pagine a questo già pingue articolo. https://bit.ly/3e2g7s1

Io preferirei concentrarmi su cosa possiamo concretamente estrapolare dalle varie esperienze nazionali per quanto riguarda la pandemia. Non ho mai fatto mistero del mio sostegno per regimi di sinistra ancora solidamente attivi, nonostante le molte e giustificate critiche che spesso attraggono. Tuttavia, penso che il lavoro di una persona interessata al bene comune sia vedere cosa ha funzionato e cosa no, e soprattutto capire come si sono ottenute le condizioni per permettere che delle misure abbiano funzionato o meno.

L’esempio più ovvio da prendere in considerazione è quello cinese. In un rapporto rilasciato a fine febbraio, L’organizzazione mondiale della sanità ha congratulato lo stato cinese per la “risposta della sua sanità pubblica, unica e senza precedenti, che ha permesso di praticamente fermare il contagio”.

La Cina, seppure con ritardo, ha fatto grande sfoggio delle sue capacità amministrative ed economiche. La regione di Wuhan e molte città nella provincia di Hebei sono state completamente chiuse, dimezzando in pochi giorni il tasso di contagio del virus. Un economia sotto fermo controllo statale ha potuto fermarsi immediatamente e senza le conseguenze che stanno facendo tremare di paura gli stati occidentali. Anche sul campo della prevenzione l’immane capacità dello stato cinese ha permesso di limitare grandemente l’impatto della pandemia: Studi pubblicati su Nature.com parlano di come il numero di contagiati potrebbe essere di 5 volte maggiore se non fosse stato per la rapida e estesa risposta cinese.

Ma gran parte del merito va anche dato al popolo cinese. I cittadini cinesi non sono entrati in aperto contrasto con le misure di sicurezza imposte dallo stato (social distancing, isolazione e via dicendo) come è successo in Europa. La Cina è stata capace di formare una popolazione con un senso comunitario nettamente più sviluppato del nostro. Un risultato che spesso passa inosservato, ma che è stato di primaria importanza nella lotta al virus.

Rimanendo nell’asia orientale, altri risultati che vanno seriamente considerati provengono dal Vietnam. Una nazione con risorse limitate ma un governo e una popolazione determinata ha riconosciuto che testare la popolazione in massa non sarebbe stato possibile. Il governo vietnamita si è quindi impegnato per tracciare gli infetti e i loro contatti di secondo e terzo grado, isolando qualsiasi pericolo di contagio e riuscendo ad oggi ad avere soltanto 251 malati – una cifra irrisoria per un paese con oltre 95 milioni di abitanti.

Altre misure di contenimento effettuate grazie a un ampio sostegno popolare e a un governo unito si sono dimostrate vincenti: la quarantena imposta in diverse aree è stata molto efficace. Le ragioni? Ancora una volta una popolazione unita da un forte senso comunitario e da una disciplina invidiabile e la capacità governativa di fornire viveri e beni necessari direttamente alle porte dei cittadini sotto quarantena – evitando di esporli al rischio di uscire per provvedere da sé alla spesa.

A tutto questo va sommata una prontezza e una rapidità senza precedenti nel mobilitare personale sanitario ritirato o ancora in formazione, permettendo al paese di poter contare sul massimo delle sue risorse umane fin da subito.

Ancora una volta, uno stato comunista ottiene il plauso dell’OMS. Il rappresentante dell’organizzazione in Vietnam, Kidong Park, ha lodato la nazione per la sua “proattività e concretezza in tutti gli aspetti della sua risposta”.

Spostandoci nei Caraibi, la nazione insulare di Cuba – da anni stritolata da un deplovervole embargo mantenuto pressoché unicamente per volontà statiunitense – ha ancora una volta fatto sfoggio delle sue capacità di reazione alle emergenze, già dimostrate durante l’uragano Matthew, che non uccise nessun cubano pur mietendo diverse vittime in altri paesi.
La sanità cubana, completamente socializzata, ha portato a un’abbondanza di personale medico che è stata riconosciuta dal mondo in seguito all’arrivo delle brigate mediche cubane in Italia. Inoltre, un medicinale antivirale sviluppato a cuba (Interferon Alfa-2B) è finora l’unico prodotto utile alla lotta contro il Virus.

Passando ad argomenti più materiali, parliamo di suppellettili come le maschere sanitarie. Mentre nei vicini e prosperosi stati uniti l’approccio è stato dire alla popolazione che non servono a niente per far sì che possano essere utilizzate dal personale sanitario (portando molte persone a chiedersi perché servono ai medici se sono inutili), l’industria statalizzata di Cuba ha potuto rapidamente riadattarsi alla produzione di materiale sanitario, portando Cuba ad essere una delle poche nazioni che al momento non hanno carenze nel reparto “mascherine”.

Confrontando i risultati di queste nazioni con quelli ottenuti dai sistemi neoliberisti occidentali (Italia, Francia, USA, Regno Unito…), la risposta alla domanda fondamentale di inizio articolo pare abbastanza ovvia.
In tempi di crisi, tempi destinati ad aumentare per via dell’imminente cataclisma climatico, l’individualismo e l’inefficienza del libero mercato ci porteranno inevitabilmente al collasso. Una cultura in cui ognungo pensa di poter fare ciò che vuole senza pensare alle conseguenze della comunità rende impossibile applicare misure concrete in modo ottimale, e rende difficile un’equa divisione delle risorse tra stati.

Dall’altro lato dello spettro invece, le economie solidamente pianificate dei paesi che ho preso in esempio hanno permesso l’implementazione di misure drastiche, efficaci e veloci. Sensi di unità popolari più sviluppati rispetto al mondo neoliberista hanno altresì permesso una responsabilizzazione autonoma e inimmaginabile anche per paesi come la nostra svizzera.

Per chiudere, due ultime domande: vogliamo un sistema economico flessibile e capace di adattarsi alle emergenze, o un sistema fuori controllo nel quale l’unica speranza è tirare avanti abbastanza da evitare un collasso? Vogliamo un governo che abbia come priorità i servizi forniti alla popolazione e la sua protezione, o un governo che nel mezzo di una pandemia si appella alla responsabilità individuale e spinge per riportarci a lavorare il prima possibile?

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