L’ora delle nostre vite

Questo sabato ero a Berna. Non studio lì, non ho amici che ci vivono e non c’era nessun concerto degli U2.

Ero a Berna, come moltissime altre persone, per partecipare alla manifestazione per il clima. Abbiamo formato una sorta di “blocco” ticinese, una frazione della manifestazione in cui si parlava italiano e si scrivevano cartelloni in dialetto.

Ebbene sì, eravamo lì. Centinaia, migliaia di noi. Ricordo i cori, ricordo le canzoni, ricordo gli slogan. Come se fosse accaduto dieci minuti fa. Ricordo di aver visto innumerevoli persone, di tutte le età ed estrazione, scese in piazza a manifestare per il futuro che ci viene rubato giorno dopo giorno.

Ricordo in particolare la risposta di un ragazzo, a cui una televisione tedesca ha chiesto perché fosse in piazza. Quel ragazzo ha parlato bene e per questo me ne ricordo. Ha detto tante cose tutte assieme, che adesso proverò a trascrivere:

“In molti direbbero che siamo qui perché vogliamo mandare un messaggio, perché vogliamo un cambiamento. Ma queste sono riduzioni: noi tutti siamo qui perché il nostro tempo sta finendo, perché questa è l’ora delle nostre vite, l’unico momento in cui ci è data la possibilità di plasmare il mondo che sarà nostro.”

L’ora delle nostre vite. Quella frase, detta in tedesco con un pesante accento bernese, che non sono riuscito a scalzarmi dalla testa. L’unica frase necessaria per descrivere quello che stiamo provando in questo momento.

Il momento, L’attimo, La giornata in cui la nostra voce verrà ascoltata. Il secondo che la politica non può ignorare, il minuto che il mondo non può lasciar passare inosservato.

E questo non lo dico parlando solo di noi svizzeri. Lo dico parlando degli studenti di qualche scuola ugandese o kenyota, e dei loro cartelli scritti in inglese maccheronico. Lo dico parlando del bambino del Midwest americano intento a reggere un cartello da solo nei pressi di una strada , immortalato dalla madre (“non potevo permettermi di portare il mio piccolo Kyle a una manifestazione in una grande città, ma lui ha voluto ugualmente far sentire la sua voce, anche da solo”) e condiviso sulla pagina di quella piccola Greta che ha avuto il coraggio di sobbarcarsi l’odio di metà del mondo. Lo dico parlando dei pochi coraggiosi che sono scesi a manifestare anche nei regimi autoritari della misteriosa Asia o di quelli che hanno osato sfidare la brutalità di Bolsonaro in Brasile.

Non è stato facile per nessuno, tranne che per noi occidentali tanto colpevoli quanto coscienziosi.

Ma l’ora del rancore e della discordia è passata, non abbiamo più tempo per questo. Non abbiamo più tempo per dibattere con negazionisti o oscurantisti, non abbiamo più tempo di spiegare ai più ignoranti che una sedicenne svedese che parla in una lingua straniera davanti all’ONU ha più coraggio di ognuno di noi. Come disse quel ragazzo, che tanto vorrei poter reincontrare, questa è solo l’ora delle nostre vite. L’ora in cui ci è data la possibilità di riprenderci un futuro sempre più lontano.

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