Disparità in ambito lavorativo: -1 settimana allo sciopero

Articolo di Paola Falconi per la nostra serie di articoli per il countdown allo sciopero femminista:

Scenderò in piazza perché il cambiamento culturale che stiamo vivendo esige leggi più precise che tutelino la parità. Lo sciopero generale del 14 giugno è l’occasione per attirare di nuovo l’attenzione su dei temi di cui si parla spesso, ma che non ricevono risposte sufficientemente adeguate. Molte richieste risalenti allo sciopero del ‘91 restano ancora, purtroppo, inevase. Questa giornata permette di sollecitare le coscienze di tutti noi e di considerare temi più recenti, quali la libertà e identità di genere, temi che stanno finalmente prendendo sempre più spazio, come quello delle violenze e molestie sulle donne e un tema che sempre stato alla base della rivendicazione in ambito di parità, quello legato al mondo del lavoro.

La disparità salariale è un ambito in cui la discriminazione si legge nero su bianco, sono le cifre a parlare, perché nonostante culturalmente ci si trovi sempre di più d’accordo sul fatto che le donne meritino di guadagnare, a parità di formazione e di posizione professionale, lo stesso salario di un uomo, ma la realtà ci dimostra come questo processo sia estremamente lento. Infatti, la disparità salariale media si attesta in totale al 18.3% di cui il 56% è attribuibile a fattori oggettivi quali anni di servizio e livello di formazione, mentre il 44% non è riconducibile ai fattori considerati e presenta quindi una potenziale discriminazione salariale di genere; è importante notare che negli ultimi dieci anni sia calato, ma la differenza resta un indicatore di come la strada da compiere sia ancora piuttosto lunga. Analizzando meglio i dati ci si rende conto che la disparità sia più debole nelle professioni meno remunerate e nelle funzioni con minore responsabilità (8.4%), mentre sia molto più importante per chi ha funzione di quadro e per chi ha un grado di formazione maggiore (università o politecnico federale; 21.5%).

Va inoltre ricordato che, per una donna, è anche molto più difficile mantenere una continuità all’interno del percorso lavorativo, perché le possibilità di conciliare l’impegno famigliare-lavorativo non è strutturata in modo equo. In Svizzera, infatti, esiste il congedo maternità, ma non ancora un congedo paternità, l’offerta di asili nido non soddisfa la domanda e anzi, in un contesto come il Canton Ticino è ancora troppo poco accessibile e presente, la possibilità di lavorare da casa o a orario ridotto dovrebbe venire incentivata e non rimanere un caso isolato a particolari aziende o enti, pubblici e privati, che fanno sembrare questa “concessione” un privilegio invece che un bisogno della nostra società. Pertanto, la scelta che è sempre stata culturale, quella della donna che rimane a casa ad occuparsi della famiglia, e l’uomo che va a lavorare per garantire il sostentamento della stessa, diventa una scelta di logica per chi non appartiene ad un ceto agiato e quindi pure una scelta economica, perché si rinuncerà all’entrata minore, che è lo stipendio della donna. E questo discorso non vale solo per la maternità, ma per il lavoro domestico in generale, dalla crescita dei figli, al prendersi cura di un famigliare malato o anziano, si tratta di un contributo fondamentale alla società, ma che non avendo un diretto influsso sull’economia e sul mondo del lavoro, non viene riconosciuto e esclude la donna, per un più o meno lungo lasso di tempo, dal piano di previdenza per la vecchiaia.

Vorrei quindi sottolineare che nonostante l’intenzione di promuovere la parità tra uomo e donna sia scritta nella legge federale dal 1995, ci sentiamo in dovere di chiedere un passo in più volto a eliminare la discriminazione salariale non spiegabile, a valorizzare i compiti che culturalmente sono sempre stati attribuiti alle donne, perché fondamentali allo sviluppo e al funzionamento della società. Chiedere che si lavori affinché questi compiti possano essere più facilmente ripartiti tra uomo e donna, e che siano degne del riconoscimento che ha ogni attività professionale “convenzionale”, e di accelerare questo processo di parità in atto, ma che incontra ancora molti ostacoli, che possono però essere abbattuti con l’importante sostegno da parte delle istituzioni, non solo con il buon esempio, fondamentale, ma anche attraverso un impegno più concreto affinché queste intenzioni scritte nella convenzione siano realizzate.

Parlare di questi temi in occasione del 14 giugno ci permette di risvegliare la responsabilità che ognuno di noi ha nell’abbattere le discriminazioni di ogni genere, valorizzare chi si batte per questi ideali ogni giorno, e sollecitare il passaggio dalle parole ai fatti affinché si tutelino le donne e ciò che per l’immaginario collettivo è sempre stato considerato prettamente femminile e di conseguenza ritenuto meno degno di valorizzazione.

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