Lavoro non remunerato

Intervento di Lisa Boscolo all’aperitivo per la parità  in onore della ricorrenza dello sciopero delle donne del 1991

Dagli anni 70 grazie ai movimenti femministi la nozione di lavoro è stata estesa, c’è stata una volontà di prendere in considerazione anche il lavoro non remunerato che comprende tutte le attività  invisibili domestiche e famigliari  svolte per la maggior parte dalle donne. Secondo l’Ufficio Federale di statistica nel 2013 le donne  hanno prodotto il 62 % del lavoro non remunerato, contro il 38% di quello remunerato, questo significa  8,7 miliardi in ore e 401 miliardi di franchi in valore monetario. Possiamo dire che il lavoro remunerato a tempo pieno funziona solo grazie al lavoro non remunerato.

Le donne non solo svolgono dei lavori professionali meno retribuiti ma sono anche incaricate della presa a carico della maggior parte dei compiti famigliari e domestici. Questo da un punto di vista marxista non è altro che uno sfruttamento del lavoro gratuito da parte della società capitalista.

Quindi  grazie alle femministe il lavoro invisibile passa ad essere visibile e misurabile ma rimane gratuito e oltretutto ancora troppo poco riconosciuto nella nostra società.

Dal 3° rapporto statistico del 2003 intitolato “verso l’uguaglianza?” possiamo osservare la  ripartizione non paritaria degli incarichi domestici e famigliari durante la vita di coppia e di famiglia in svizzera. Gli incarichi sono definiti maschili (in maggioranza presi a carico dagli uomini) oppure femminili (quasi esclusivamente presi a carico dalle donne)oppure negoziabili (continuano a essere prese a carico da una maggioranza da donne ma più di un terzo/quasi due degli uomini ci partecipano).

Oltre agli incarichi c’è un’ulteriore ripartizione non paritaria che rimane invisibile, si tratta della “charge mentale”, traduco carica mentale. Di che cosa si tratta? Tutto quello che è pianificazione degli incarichi, il pensare, fare le liste della spesa, pensare agli impegni. Un lavoro permanente, invisibile e altrettanto stancante che per la stragrande maggior parte rimane a carico delle donne.

Questa suddivisione del lavoro non remunerato non dipende né dal tasso d’attività professionale dei coniugi, né la loro reddito (perché ci sono donne che guadagnano di più degli uomini ma la loro % dei lavori domestici non cambia) e inoltre non viene negoziata all’interno della coppia, perché è considerata normale.

Come conseguenze troviamo una doppia giornata per le donne che limita il loro impegno a livello politico e associativo; una perdita finanziaria e un aumento degli svantaggi nelle assicurazioni sociali e ovviamente delle disuguaglianze di suddivisioni dei ruoli.

Trovavo interessante mostrare che uno studio del 2010 ha indicato quali sono i padri maggiormente impegnati in Svizzera: si tratta dei più giovani di 30 anni, non sposati, stranieri, senza impiego o attivi a tempo parziale, in zone urbane e piuttosto in svizzera romanda.

La soluzione è quindi restare a Friburgo e trovarmi un compagno giovane e senza impiego?

Ebbene no.

Per poter cambiare questa redistribuzione non paritaria del lavoro non remunerato troppo poco riconosciuto è necessario partire dall’educazione sin dalla nascita. Perché sin da piccoli/e ci insegnano cosa significa essere una vera donna o essere  un vero uomo, attraverso i giochi, la letteratura, le esigenze delle varie istituzioni sociali tra cui la famiglia e la scuola.

Quindi fare un percorso di decostruzione del genere attraverso misure attuabile che permettono di redistribuire al meglio il lavoro domestico e famigliare e soprattutto di riconoscerlo.

Grazie al manifesto femminista del PS ne ho individuate 4, nulla di nuovo e nemmeno farina del mio sacco:

  1. diminuzione sostanziosa del tempo di lavoro remunerato a 35 ore alla settimana, per permettere sia agli uomini che alle donne di dedicarsi maggiormente in maniera paritaria al lavoro domestico e di cura.
  2. una miglior retribuzione del lavoro di cura attraverso un assegno come avviene in alcuni cantoni e comuni facendo attenzione a non creare nuovamente condizioni di lavoro precarie ;
  3. Ampliare i congedi parentali e i congedi per la cura. Collegato al congedo insisto per una maggiore protezione da licenziamento per i genitori che tornano al lavoro dopo la nascita di un figlio;
  4. Investimento da parte dello Stato nella cura di bambini e parenti perché queste cure non sono n affare privato bensì un compito dello Stato.

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